“La Repubblica è’ di tutti” se…
Per un repubblicanesimo dei fini
C'è un paradosso che attraversa il nostro tempo.
Più difendiamo le istituzioni, più la Repubblica sembra allontanarsi dalle persone.
Non è una crisi soltanto economica, demografica o geopolitica. È qualcosa di più profondo. Le decisioni perdono volto. Il potere cambia natura. Si concentra in organismi sovranazionali, nei mercati finanziari, nelle piattaforme tecnologiche, negli algoritmi, in grandi burocrazie pubbliche e private.
Il cittadino continua a votare, ma sempre più spesso fatica a capire chi decida realmente del suo destino.
La politica perde volto. Le responsabilità si dissolvono. Il potere si fa impersonale. E quando il potere perde il volto, anche la persona rischia di perderlo.
È la crisi della prossimità.
Per comprenderla dobbiamo tornare alla Costituzione.
Non alla sua retorica.
Alla sua ispirazione più profonda.
Perché la Costituzione italiana non è soltanto una carta che organizza i poteri dello Stato.
È, prima di tutto, una concezione dell'uomo.
I Costituenti non pongono al centro lo Stato.
Pongono la persona.
Non l'individuo isolato.
Non il consumatore.
Non l'utente.
La persona.
Una persona che cresce nelle relazioni, nella famiglia, nel lavoro, nelle professioni, nelle associazioni, nella cooperazione, nelle comunità territoriali, in quelle formazioni sociali nelle quali sviluppa liberamente la propria personalità.
È questo il cuore della Repubblica.
Ed è proprio da qui che abbiamo progressivamente iniziato ad allontanarci.
La persona è diventata cittadino.
Il cittadino è diventato consumatore.
Il consumatore è diventato utente.
L'utente rischia oggi di diventare materia prima.
Materia prima da osservare.
Da profilare.
Da prevedere.
Da orientare.
Da utilizzare.
Mai come oggi l'uomo è stato tanto conosciuto.
Mai come oggi ha rischiato di essere così poco riconosciuto nella sua infinita e irriducibile dignità.
È precisamente per impedire questa riduzione che la Costituzione riconosce la persona prima ancora del cittadino e le formazioni sociali prima ancora delle istituzioni.
Prima della funzione viene l'uomo.
Prima del ruolo viene la persona.
Prima dell'organizzazione viene la dignità.
C'è un filo che attraversa tutta la nostra Carta.
Il lavoro non è soltanto produzione.
È dignità.
Il risparmio non è soltanto ricchezza.
È autonomia della persona e della famiglia.
La sussidiarietà non è una tecnica amministrativa.
È il riconoscimento che la società possiede energie che lo Stato non crea e non può sostituire.
Le comunità non sono un ostacolo tra individuo e Stato.
Sono il luogo nel quale la libertà prende forma.
Per questo la Repubblica nasce dalla società prima ancora che dallo Stato.
Nasce dalle famiglie.
Dalle professioni.
Dalle imprese.
Dalle associazioni.
Dalla cooperazione.
Dal volontariato.
Dalle autonomie.
Dai corpi intermedi.
Nasce, prima di tutto, dalla responsabilità delle persone.
Ed è qui che si annida il grande equivoco degli ultimi decenni.
Abbiamo finito per difendere i mezzi invece dei fini.
Abbiamo identificato la Repubblica con i suoi apparati, lo Stato con le sue amministrazioni, la democrazia con le sue procedure.
Ma i mezzi non coincidono mai con il fine.
Le istituzioni sono strumenti.
E, come tutti gli strumenti, tendono naturalmente ad autoconservarsi.
Talvolta finiscono persino per considerare propria missione la sopravvivenza dell'organizzazione invece del servizio alla persona.
È una tentazione fisiologica di ogni apparato.
Ma vale anche per i corpi intermedi.
Nemmeno essi esistono per conservare se stessi.
Esistono per servire la persona e il bene comune.
Quando perdono questa missione diventano autoreferenziali.
Quando la dimenticano diventano irrilevanti.
Non basta che sopravvivano.
Devono continuare a svolgere il compito che la Repubblica ha loro affidato.
I nostri Padri costituenti avevano compreso tutto questo con straordinaria lucidità.
Per questo costruirono una Costituzione capace di distinguere ciò che può cambiare da ciò che non deve cambiare.
Le istituzioni possono essere riformate.
Le amministrazioni possono essere ridisegnate.
Le competenze possono essere redistribuite.
Perfino la Costituzione può essere modificata.
Perché gli strumenti appartengono alla storia.
I principi appartengono alla Repubblica.
La persona.
Il lavoro.
La solidarietà.
La sussidiarietà.
Il pluralismo sociale.
La tutela del risparmio.
La dignità delle comunità.
Sono questi i fini.
Tutto il resto sono mezzi.
Forse il vero discrimine politico del XXI secolo non sarà più tra destra e sinistra.
Sarà tra chi continuerà a difendere gli apparati e chi tornerà a difendere i principi.
Tra chi considera le istituzioni un patrimonio da conservare e chi le considera strumenti da riformare ogni volta che non servono più il loro scopo.
È questo il repubblicanesimo dei fini.
Non il repubblicanesimo delle rendite.
Non quello delle burocrazie.
Non quello delle appartenenze.
Ma quello della persona.
Delle comunità.
Del lavoro.
Del risparmio.
Della responsabilità.
Della sussidiarietà.
Perché le istituzioni possono sopravvivere alla Repubblica.
La Repubblica, invece, non sopravvive mai all'oblio della persona.
Il giorno in cui l'uomo sarà soltanto una risorsa, un dato, un utente o una materia prima, gli apparati saranno ancora in piedi, la Costituzione continuerà a essere formalmente vigente, ma la Repubblica avrà già cominciato a morire.
E il compito del nostro tempo sarà allora quello che i Costituenti ci hanno affidato fin dall'inizio: non conservare gli strumenti, ma custodire i fini. Non difendere gli apparati, ma riconoscere, in ogni persona, quella infinita e irriducibile dignità dalla quale soltanto può continuare a nascere la Repubblica.