Vogliamo continuare ad adattarci a una società che ci ammala rendendoci merci isolate, o possiamo ritrovare nel gruppo e nella relazione sovversiva lo strumento per curare la società stessa? Così il gruppo di SottocorrenteARTE lancia la sua critica alla società con lo spazio e l'esperienza che apre le porte al pubblico Venerdì 25 Settembre. Nel cuore del quartiere Ostiense, precisamente a Via Ostiense 177, viene inaugurato lo spazio in occasione della Roma Future Week evento che si impegna a costruire un futuro migliore, sostenibile e inclusivo.
L’intervista introduce a Sottocorrente e alla mostra inaugurale Insert Coin di Fabrizio Intonti.
Come nasce l'idea di trasformare uno spazio originariamente legato alla psicoterapia, che non porta semplicemente la ‘clinica fuori’, aprendo uno spazio dedicato anche all'arte contemporanea e cosa significa concretamente?
Non si tratta di esportare la clinica all'esterno o di fare "arte-terapia", ma di de-privatizzare la cura e de-sacralizzare il setting. Tradizionalmente la psicoterapia rischia di rimanere confinata all’interno di un perimetro chiuso, asettico, spesso specchio dell'individualismo societario. Sottocorrente nasce dall'esigenza opposta: riconoscere che, in molti casi, la sofferenza, l'isolamento e la frammentazione non sono incidenti individuali, ma prodotti di una struttura sociale e culturale.
Aprire uno spazio dedicato all'arte contemporanea significa concretamente creare uno spazio di de-strutturazione. L'opera d'arte non è un oggetto da contemplare passivamente o da fruire esteticamente, ma un reagente psicodinamico e un catalizzatore di relazioni. Concretamente significa che le opere abitano lo spazio e costringono chi entra — che sia un paziente, un artista o un visitatore — a spogliarsi dei ruoli precostituiti, esponendosi a un linguaggio che precede la regola, esattamente come accade nel sogno o nel gruppo.
Cosa si intende quando SottocorrenteARTE viene definito uno ‘spazio indipendente di ricerca transdisciplinare’? Si parla spesso di relazione, ascolto e gruppo: come entrano questi elementi nella fruizione dell’arte, quanto è importante l’ambiente domestico nel quale le opere vengono fruite e qual è il rapporto che vuole essere intessuto tra artista, opera e spettatore?
Ci pensiamo, al momento, "indipendenti e transdisciplinari": per noi ad oggi significa rifiutare le caselle e i recinti teorici. Attingiamo all'antropologia medica, all'etnopsichiatria, alla sociologia, alla psicoanalisi sociale e a molte altre discipline marginalizzate perché crediamo che la cura e la ricerca sull'umano non possano essere ristrette a griglie, test o protocolli standardizzati.
La dimensione domestica di Sottocorrente è fondamentale: spezza l'asimmetria del "cubo bianco" galleristico e della stanza d'analisi tradizionale. La casa è il luogo della permanenza, dell'intimità, ma anche dell'imprevisto e del disordine quotidiano. In questo contesto, la fruizione dell'arte abbandona l'atteggiamento prestazionale e valutativo: non c'è una "spiegazione giusta" dell'opera.
Il rapporto che intessiamo è un triangolo vivo tra artista, opera e spettatore/gruppo: l'artista non consegna una verità conclusa, l'opera diventa un ponte o un'interferenza, e lo spettatore cessa di essere un consumatore per diventare co-creatore del senso attraverso l'ascolto e la risonanza collettiva.

Perché avete scelto proprio la Roma Future Week per inaugurare SottocorrenteARTE? Che rapporto vedete tra innovazione tecnologica e salute delle relazioni umane, e che ruolo può ricoprire nella società odierna uno spazio dedicato all’incontro e all’ascolto, ma soprattutto può ricoprire un ponte tra tecnologia e ‘saper fare’?
Abbiamo scelto la Rome Future Week proprio per fare un'operazione di contro-narrazione del futuro. Oggi il discorso sul "futuro" è quasi interamente monopolizzato dalla velocità, dall'efficienza algoritmica e dalla prestazione tecnologica, che spesso producono una profonda solitudine e un'atrofia relazionale.
Per noi la vera innovazione non è l'ennesima piattaforma di disintermediazione, ma la riattivazione della presenza. La salute delle relazioni umane oggi passa dalla capacità di resistere alla mercificazione dei corpi e delle emozioni. SottocorrenteARTE si pone come ponte tra la tecnologia e il "saper fare" inteso come artigianato della relazione: reinsegnare il corpo, la manualità, l'incontrare l'altro nella sua opacità e imprevedibilità, prima che l'interfaccia tecnologica riduca la relazione a un semplice feed o a una transazione.
Perché avete scelto Insert Coin di Fabrizio Intonti come mostra inaugurale e in che modo il titolo, con il suo richiamo al mondo dei videogiochi, sintetizza la riflessione dell’artista sulla società digitale contemporanea, tra ostentazione del corpo e solitudine mediata dagli schermi, trasformazione del corpo in immagine, contenuto o merce e costruzione del desiderio da parte di algoritmi e piattaforme? E quale ruolo assumono, in questo contesto, la fotografia e i neon, insieme all’architettura di SottocorrenteARTE, nel coinvolgere il visitatore e modificare il suo modo di osservare e vivere le opere?
Insert Coin di Fabrizio Intonti è una provocazione perfetta per la nostra inaugurazione. Il richiamo all'arcade e al videogioco svela il meccanismo della nostra società digitale: la costante richiesta di "inserire una moneta" — che sia tempo, dati, attenzione o auto-esposizione — per continuare a giocare, per esistere. Intonti mette a nudo la trasformazione del corpo in merce, in contenuto pronto per essere consumato e monetizzato dalle piattaforme e dagli algoritmi del desiderio.
In questo scenario, la fotografia e le scritte a neon di Intonti interagiscono potentemente con l'architettura domestica di Sottocorrente. Il neon illumina e attrae, ma al contempo svela la finzione della vetrina digitale; l'architettura intima costringe il visitatore a stare a stretto contatto con l'opera, modificando il suo punto di vista da "osservatore esterno" a soggetto immerso. Come nella nostra visione dell’inconscio, dove lo spazio profondo non è a priori buio pesto ma riserva di luce, la mostra di Intonti usa la luce e il neon non per accecare, ma per far emergere ciò che la società della prestazione tende a nascondere: la solitudine sottostante e il bisogno di contatto autentico.

In un presente in cui siamo costantemente connessi ma anche sempre più esposti, trasformiamo continuamente noi stessi in immagini e costruiamo una sorta di personaggio attraverso gli schermi: come stanno cambiando, in questo scenario, la nostra identità, i nostri desideri e il nostro rapporto con gli altri? E può uno spazio come SottocorrenteARTE, nato dalla psicoterapia e oggi aperto anche all’arte contemporanea, diventare un luogo di cura e di riflessione, capace di sottrarci alla velocità quotidiana e invitarci alla sosta, all’ascolto e alla permanenza, lasciandoci infine una domanda sul presente e sul futuro che stiamo costruendo?
Oggi assistiamo a una drammatica sostituzione: l'identità è diventata un'immagine da gestire e il desiderio è eterodiretto dagli algoritmi. Non desideriamo più ciò che sentiamo, ma ciò che ci viene mostrato e programmato per desiderare. Questo genera una latente patologizzazione della vita quotidiana: ci sentiamo costantemente in ritardo, inadeguati o invisibili se non performiamo sui vetrini digitali.
SottocorrenteARTE diventa un luogo di cura precisamente perché è un atto di resistenza e di sosta. Rifiutiamo la logica riparativa e adattiva della clinica tradizionale — quella che cerca di "riaggiustare" l'individuo per rimandarlo a produrre nello stesso sistema patogeno. Al contrario, offriamo uno spazio dove fermarsi, lasciar andare la maschera performativa e sperimentare la possibilità del disordine e della de-strutturazione.
La domanda sul futuro che vogliamo lasciare è semplice ma radicale: vogliamo continuare ad adattarci a una società che ci ammala rendendoci merci isolate, o possiamo ritrovare nel gruppo e nella relazione sovversiva lo strumento per curare la società stessa?