Un corteo attraversa le strade di Bosco, nel Cilento. Ci sono persone che camminano insieme, una struttura portata a spalla, una litania che accompagna il percorso. A prima vista potrebbe sembrare una processione religiosa. Ma il simbolo al centro del rito non è una statua sacra: è uno schermo.
È questo il punto di partenza di Machina Sacra, il progetto artistico di Max Magaldi e Matteo Mandelli presentato nell’ambito del festival MicroCosmi: una performance che prende il linguaggio della processione e lo trasforma in una riflessione sul rapporto tra tecnologia, comunità e nuovi rituali contemporanei.
La prima impressione richiama inevitabilmente una tradizione antica e profondamente radicata: quella delle processioni religiose, momenti nei quali una comunità si riunisce attorno a un simbolo di fede e percorre insieme uno spazio condiviso. In questo caso, però, la forma del rito viene utilizzata come linguaggio artistico per interrogare il presente e osservare come cambiano i simboli collettivi.
Una processione costruita con i simboli del presente
L’opera sostituisce l’immagine tradizionale del santo con un grande schermo digitale portato a spalla. Un gesto volutamente spiazzante, che mette in dialogo due mondi apparentemente lontani: quello della devozione religiosa e quello della tecnologia quotidiana.
Durante il percorso, i partecipanti hanno collegato i propri smartphone attraverso un codice QR, trasformando i dispositivi personali in parti di un unico organismo collettivo. Ogni telefono ha contribuito alla diffusione di una litania digitale, una sequenza sonora ripetuta e sincronizzata grazie alla tecnologia.
Il risultato è un rito costruito attraverso strumenti contemporanei: gli smartphone diventano elementi di una partecipazione condivisa, mentre l’intelligenza artificiale coordina un’esperienza fatta di suoni, luci e connessioni.
Ma proprio qui nasce la domanda più interessante: siamo davanti a un nuovo rito oppure alla rappresentazione artistica di un rito?

La forma del sacro e il significato del sacro
La forza dell’opera sta nel creare un cortocircuito visivo e simbolico. Una processione religiosa non è soltanto un corteo ordinato nello spazio: è un atto di fede, un’esperienza spirituale condivisa, un rapporto tra una comunità e ciò che essa riconosce come sacro.
In Machina Sacra il sacro viene invece evocato come linguaggio. L’artista non propone una nuova devozione, ma utilizza la struttura del rito per riflettere su ciò che oggi cattura la nostra attenzione, il nostro tempo e la nostra partecipazione.
La differenza è sostanziale: un rito religioso nasce da una convinzione condivisa; una performance artistica nasce da una domanda aperta. Il primo accompagna una comunità nella fede, la seconda invita una comunità a interrogarsi.
Secondo gli autori, l’opera vuole osservare il modo in cui gli strumenti digitali sono entrati nelle nostre abitudini quotidiane fino a diventare quasi invisibili.
Il telefono che teniamo continuamente tra le mani, attraverso cui leggiamo, comunichiamo, acquistiamo e cerchiamo informazioni, è diventato un elemento centrale della nostra vita. Machina Sacra rende visibile questo rapporto e lo porta nello spazio pubblico, trasformando un gesto individuale in un’esperienza collettiva.
L’intelligenza artificiale, in questo contesto, non appare soltanto come uno strumento tecnologico, ma come un elemento capace di organizzare comportamenti, sincronizzare azioni e creare nuove forme di partecipazione.
La provocazione dell’opera non sta quindi nel dire che la tecnologia abbia sostituito la religione, ma nel chiedere quali siano oggi i simboli attorno ai quali costruiamo attenzione, appartenenza e comunità.
Presentata durante MicroCosmi, la manifestazione ideata da Vittorio Cosma e curata insieme ad Annarita Masullo di The Goodness Factory, Machina Sacra si inserisce così in una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale.
Il borgo di Bosco diventa lo spazio in cui passato e futuro entrano in dialogo: da una parte la memoria dei riti collettivi, dall’altra le nuove forme di connessione create dalla tecnologia.
Uno schermo al posto del santo resta un’immagine forte e provocatoria. Ma il significato più profondo dell’opera non sta nella sostituzione di un simbolo con un altro, bensì nella domanda che lascia aperta: quali sono oggi i riti, i gesti e i luoghi attorno ai quali una comunità sceglie di riconoscersi?