«Una decisione vergognosa». Giorgia Meloni interviene senza diplomazia sulla liberazione di Youssef Siher e apre uno scontro frontale con la decisione della gip milanese Tiziana Landoni. La presidente del Consiglio parla di «mortificazione insopportabile» per chi lavora a tutela della sicurezza e contesta duramente gli effetti del provvedimento. È un attacco politico esplicito, che investe il rapporto tra azione degli investigatori, valutazioni dei giudici e protezione dei cittadini.

Nello stesso quadro arriva l’esclusiva annunciata dal Giornale: secondo il titolo dell’articolo, la magistrata che ha disposto la liberazione dell’attivista avrebbe firmato un appello per Gaza. Una notizia che introduce il tema delle prese di posizione pubbliche di chi è chiamato a giudicare. Per valutarne la portata occorrono però il testo dell’appello, la data e il contesto della sottoscrizione: elementi indispensabili anche per evitare di trasformare una posizione sulla Palestina nella prova, non dimostrata, di un favore all’indagato.

Il dato giudiziario è netto. Landoni non ha convalidato il fermo e non ha accolto la richiesta di custodia cautelare avanzata dalla Procura, che sosteneva l’esistenza del pericolo di fuga e del rischio di reiterazione. Siher, amministratore dei canali del “Movimento 17 ottobre”, era stato fermato con le accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Accuse che restano da accertare.

Nei passaggi del provvedimento riportati, la gip esclude che i contenuti attribuiti a Siher prospettino azioni violente e non riconosce gli elementi necessari a sostenere le contestazioni nella fase cautelare. La distanza dalla lettura della Procura è quindi sostanziale: riguarda il significato delle condotte e la loro rilevanza penale, prima ancora della scelta della misura.

Meloni contesta proprio l’esito di questa valutazione. Per la premier, la liberazione mortifica l’impegno delle istituzioni contro il rischio di nuove devastazioni. La sua indignazione è documentata; non costituisce, naturalmente, un accertamento sulla responsabilità di Siher o sull’imparzialità di Landoni.

La magistrata può essere criticata, anche duramente. Il suo provvedimento può essere passato al setaccio, confrontando ogni motivazione con gli elementi raccolti dagli investigatori. E le sue eventuali adesioni pubbliche possono essere oggetto di scrutinio giornalistico. Ma sostenere che avesse già deciso di liberare Siher perché favorevole alla causa palestinese richiederebbe prove ulteriori: la condivisione di una causa, da sola, non dimostra una decisione precostituita ma lascia parecchio perplessi.

Il caso resta aperto: Siher torna libero, l’inchiesta prosegue e il governo attacca la scelta della gip. L’esclusiva annunciata dal Giornale aggiunge un fronte da documentare. La domanda decisiva, per giudicare l’operato di Landoni, resta negli atti: quali elementi dell’accusa sono stati respinti, e con quali motivazioni?