"Ma in che Paese viviamo?". Marco Rizzo apre con questa domanda un reel nel quale attacca la scarcerazione di Youssef Siher e la contrappone alla detenzione di Mario Roggero. Un intervento dai toni durissimi, costruito attorno a un'immagine destinata a suscitare discussione: l'indagato tornato libero e il gioielliere che resta dietro le sbarre.

A pronunciare quelle parole è un politico con una lunga storia nella sinistra comunista. Torinese, figlio di un operaio della Fiat, Rizzo ha attraversato il PCI, Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani, ricoprendo incarichi alla Camera e al Parlamento europeo. Oggi guida Italia Domani, progetto che dichiara di voler superare la contrapposizione tra destra e sinistra. La sua difesa di Roggero assume così un significato politico ulteriore: una voce proveniente dalla tradizione comunista interviene su sicurezza, tutela del lavoro e diritto alla difesa con argomenti che attraversano gli schieramenti.

Nel video Rizzo richiama le accuse rivolte a Siher, usando il condizionale: "Parrebbe avesse incitato a rompere le vetrine dei negozi", a spingere i "maranza" verso i saccheggi. Poi passa al gioielliere di Grinzane Cavour: "Mario Roggero è ancora in galera". Il confronto diventa immediatamente un atto d'accusa contro una giustizia della quale il leader politico contesta gli esiti.

Le due vicende hanno però presupposti giudiziari differenti. Siher, indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e per le contestazioni relative alla violenza nelle manifestazioni, è stato rimesso in libertà dalla gip di Milano Tiziana Landoni, che non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta di custodia cautelare. La giudice ha ritenuto assenti i gravi indizi necessari e non ha ravvisato nei contenuti esaminati un'istigazione alla violenza. La scarcerazione è una decisione cautelare, non una sentenza di assoluzione.

Roggero sta invece scontando una condanna definitiva a 14 anni e nove mesi per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo d'armi. I giudici hanno escluso la legittima difesa, ritenendo che avesse inseguito e colpito i rapinatori all'esterno del negozio quando l'aggressione era ormai conclusa.

È proprio questa lettura che Rizzo contesta sul piano politico e umano. "Aveva solo difeso la sua famiglia, il suo lavoro, il suo negozio", afferma nel reel. E descrive la pena come un sostanziale "ergastolo", sostenendo che una condanna vicina ai quindici anni, per una persona ultrasettantenne, rischi di coincidere con il resto della vita. Una valutazione del leader di Italia Domani: la pena inflitta resta quella di 14 anni e nove mesi, non l'ergastolo.

Il cuore del suo intervento è nella contrapposizione tra chi, a suo giudizio, avrebbe alimentato il disordine e chi avrebbe reagito per proteggere ciò che aveva costruito. Una lettura netta, affidata al linguaggio diretto dei social e a una conclusione senza filtri: "Ma che cazzo di Paese è questo? .

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