Temptation Island si presenta come un viaggio nei sentimenti. Ma quasi nessuno si mette davanti alla televisione sperando di vedere una coppia uscire dal programma più innamorata di prima.
Diciamoci la verità: aspettiamo l’incidente.
Aspettiamo il video che non doveva arrivare, la frase che non si può più ritirare, il tradimento che tutti hanno già capito tranne la persona tradita. Aspettiamo soprattutto il falò, che dovrebbe essere il momento del chiarimento e che invece somiglia sempre di più al luogo in cui una storia d’amore viene accompagnata alla sua esecuzione pubblica.
I dati Auditel dicono che Temptation Island ha conquistato su Canale 5 3.752.000 spettatori, con il 30,3 per cento di share.
Quasi un telespettatore su tre.
Un risultato enorme, che naturalmente non basta per emettere sentenze sugli italiani. Non significa che siamo diventati tutti crudeli o che passiamo le serate a sperare nelle disgrazie degli altri. Però una domanda la pone: perché il fallimento, soprattutto quello sentimentale, ci attrae così tanto?
Forse non guardiamo Temptation Island nonostante le coppie si distruggano.
Forse, almeno qualche volta, lo guardiamo proprio perché si distruggono.
I tedeschi hanno una parola per definire quel piccolo piacere, spesso inconfessabile, che proviamo davanti alla disgrazia altrui: Schadenfreude.
Non è per forza cattiveria. A volte è qualcosa di più banale e quindi più comune. È quel sospiro segreto che ci scappa quando scopriamo che anche la coppia apparentemente perfetta si tradisce, che anche quello sicuro di sé viene umiliato, che anche la vita degli altri è piena di crepe.
Se la loro casa sta crollando, per qualche minuto smettiamo di guardare le crepe della nostra.
Temptation Island funziona perché conosce bene questo meccanismo.
Prende persone vere e le trasforma rapidamente in personaggi facili da riconoscere: il geloso, l’ingenua, il traditore, la manipolatrice, il mammone, l’approfittatrice. Ci invita a scegliere da che parte stare, ci suggerisce chi amare e chi odiare. Poi aspetta che qualcuno cada.
A quel punto diventa tutto più semplice.
Non stiamo più guardando due persone che si fanno male. Stiamo guardando il cattivo che finalmente viene smascherato, la vittima che apre gli occhi, il traditore colto sul fatto. Il dolore viene montato, accompagnato dalla musica, rallentato, anticipato per giorni e infine restituito al pubblico sotto forma di clip e meme.
Così anche una lacrima smette di essere una lacrima.
Diventa contenuto.
Naturalmente non è una novità inventata dalla televisione e non è neppure un difetto esclusivamente italiano.
Nell’antica Roma le persone si radunavano negli anfiteatri per assistere ai combattimenti e alle esecuzioni. Molti secoli dopo, a Londra, le impiccagioni attiravano folle enormi. Intorno al patibolo si mangiava, si beveva e si compravano i resoconti delle ultime parole del condannato.
A Temptation Island, per fortuna, non muore nessuno.
Eppure la disposizione dello spettacolo conserva qualcosa di familiare: qualcuno è esposto al centro e tutti gli altri osservano da una distanza rassicurante. Il sangue è stato sostituito dalla dignità, il patibolo dal falò, la piazza dai social.
Anche il meccanismo del capro espiatorio descritto da René Girard sembra tornare in una versione più leggera e televisiva. Una comunità divisa su tutto riesce improvvisamente a sentirsi unita quando trova qualcuno contro cui puntare il dito.
Per una sera milioni di persone possono finalmente essere d’accordo: lui è un mostro, lei è una manipolatrice, quella coppia deve lasciarsi.
E quando si lascia, esultano.
Il problema è che questo feticcio del fallimento non rimane chiuso dentro un villaggio televisivo.
Lo ritroviamo in politica, dove spesso la sconfitta dell’avversario ci rende più felici della vittoria delle nostre idee. Lo vediamo nel lavoro, quando una carriera si interrompe e qualcuno commenta soddisfatto che, in fondo, “si era sempre capito come sarebbe finita”. Lo incontriamo sui social, dove l’errore di una persona non viene corretto ma conservato, rilanciato e ingrandito.
A volte succede persino nelle amicizie.
Siamo pronti a consolare chi cade, ma non sempre siamo altrettanto pronti a festeggiare chi riesce. La solidarietà sembra funzionare meglio quando l’altro rimane un gradino sotto di noi.
Siamo diventati bravissimi a stare vicino alle persone nei momenti difficili.
Purché quei momenti siano abbastanza lontani dai nostri e, possibilmente, vengano trasmessi in diretta.
Lo scrittore e insegnante Enrico Galiano ha proposto di portare Temptation Island nelle scuole per aiutare i ragazzi a riconoscere le relazioni tossiche.
L’intenzione è comprensibile. Persino condivisibile.
Ma rimane un dubbio: che cosa imparerebbero davvero i ragazzi?
Che la gelosia, il controllo e il possesso sono comportamenti sbagliati? Oppure che una relazione, per essere interessante e ottenere attenzione, deve contenere almeno un tradimento, una scenata e un’umiliazione pubblica?
La forma con cui raccontiamo le cose conta.
Puoi spiegare cento volte che una certa relazione è tossica. Ma se la mostri dentro un villaggio da sogno, la accompagni con una colonna sonora, la trasformi in un’anticipazione televisiva e poi in un argomento nazionale, il messaggio rischia di diventare un altro.
La tossicità fa male, certo.
Ma fa ascolti.
Il rischio non è che i ragazzi non riconoscano il veleno. Il rischio è che capiscano quanto quel veleno renda bene in prima serata.
Temptation Island potrebbe entrare nelle scuole solo come entravano nelle nostre case alcuni vecchi spot contro l’eroina: senza fascino, senza ambiguità, senza la tentazione di rendere attraente ciò che si voleva combattere.
Nel 1989 la campagna “Chi ti droga, ti spegne” mostrava la dipendenza come una forma di distruzione. Non cercava di renderla interessante, non la trasformava in uno spettacolo e non offriva notorietà a chi ne era travolto.
Per fare davvero educazione sulle relazioni tossiche non basterebbe quindi fermare un filmato e chiedere agli studenti che cosa ne pensano.
Bisognerebbe smontare tutto.
Il montaggio, la musica, la spettacolarizzazione della gelosia, il consenso ottenuto attraverso l’umiliazione, la confusione tra amore e possesso. Bisognerebbe spiegare ciò che non si vede: che cosa resta alle persone quando le telecamere si spengono, quando il pubblico cambia bersaglio e quando il meme continua a circolare mentre la vita vera deve ricominciare.
Davanti a questa attrazione per il fallimento sembrano esserci due strade.
La prima è quella che qualcuno definirebbe una pedagogia della frustrazione. Roberto Vannacci ha utilizzato questa espressione immaginando una scuola più dura e selettiva, capace di abituare i ragazzi a tollerare le sconfitte.
Si può essere lontanissimi dalla sua idea di scuola e riconoscere comunque un problema reale: facciamo sempre più fatica ad accettare il limite.
Non tutto ci è dovuto. Non ogni desiderio può essere soddisfatto. Non tutte le relazioni funzionano. Amare significa anche aspettare, rinunciare, assumersi responsabilità e accettare che l’altro non sia stato messo al mondo per realizzare ogni nostra aspettativa.
Essere delusi non ci autorizza a distruggere qualcuno.
Essere lasciati non significa essere umiliati.
Perdere non significa necessariamente aver fallito come persone.
Questa strada, però, rischia facilmente di trasformarsi nell’ennesima predica sui valori perduti, pronunciata da chi rimpiange un passato che probabilmente non è mai esistito davvero.
La seconda strada è meno rumorosa e molto più difficile.
Consiste nel riscoprire una forma di solidarietà davanti al fallimento.
Non significa giustificare tutto o cancellare le responsabilità. Significa riuscire a provare almeno un poco di dispiacere quando qualcuno cade. Guardare una relazione che finisce senza trasformarla immediatamente in una festa, in una tifoseria o in un contenuto da condividere.
Significa ricordarsi che dietro il personaggio che detestiamo esiste una persona. E che quella persona dovrà continuare a vivere anche dopo il falò, quando Filippo Bisciglia avrà pronunciato l’ultima domanda e il pubblico sarà già passato alla coppia successiva.
Forse l’empatia comincia proprio lì.
Quando smettiamo di domandarci chi abbia vinto e proviamo a capire chi si sia fatto male.
Temptation Island continuerà probabilmente ad avere successo perché conosce una parte di noi che preferiremmo non ammettere. Non desideriamo soltanto che l’amore trionfi.
A volte desideriamo che quello degli altri fallisca, perché così il nostro ci sembra meno fragile, meno imperfetto, meno solo.
Il compito di una società adulta non è censurare quelle immagini. Ma non è neppure trasformarle automaticamente in materiale educativo.
È imparare a guardare le macerie senza ballarci intorno.
Perché una comunità non diventa migliore quando smette di fallire.
Diventa migliore quando smette di applaudire chi cade.