La Polonia è uno dei Paesi europei con una delle normative più severe nei confronti dei responsabili di violenze sessuali ai danni dei minori. La legge, entrata in vigore nel 2010, consente infatti ai tribunali di imporre la castrazione chimica obbligatoria, accompagnata da un percorso di psicoterapia, nei confronti di chi viene condannato per lo stupro di un minore di età inferiore ai 15 anni o di un familiare.
Il trattamento non sostituisce la pena detentiva, ma viene disposto dopo l'espiazione della condanna con l'obiettivo dichiarato di ridurre la libido e diminuire il rischio di recidiva. Contestualmente è previsto un percorso psicoterapeutico finalizzato alla riabilitazione del condannato. La riforma, voluta all'epoca dal governo guidato da Donald Tusk, arrivò dopo alcuni casi di cronaca che sconvolsero l'opinione pubblica polacca.
La normativa inasprì anche le pene detentive per questi reati, aumentando gli anni di carcere previsti per gli stupri su minori e introducendo sanzioni più severe anche per l'adescamento online dei bambini.
Fin dalla sua approvazione la legge ha acceso un duro dibattito internazionale. Organizzazioni per i diritti umani e numerosi giuristi hanno contestato l'obbligatorietà di un trattamento sanitario imposto per legge, sostenendo che possa entrare in conflitto con i principi fondamentali dei diritti della persona. Al contrario, i sostenitori della norma ritengono che rappresenti uno strumento necessario per proteggere i minori e limitare il rischio che autori di reati particolarmente gravi possano tornare a colpire.
La normativa polacca continua a dividere l'opinione pubblica e gli esperti di diritto, ma torna ciclicamente al centro del dibattito ogni volta che un grave episodio di violenza sessuale scuote l'Europa. Anche in Italia, di fronte a casi di cronaca che vedono vittime bambini e adolescenti, cresce il numero di cittadini che si chiede se misure tanto severe possano un giorno entrare nel nostro ordinamento. Al momento non esistono iniziative legislative concrete in questa direzione, ma il confronto tra esigenze di sicurezza, tutela delle vittime e diritti fondamentali dei condannati è destinato a rimanere aperto.